Il Self-Branding e la nostra immagine

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Siamo quello che indossiamo? Forse no, ma certamente come appariamo e l’immagine che offriamo al mondo influenza chi entra in contatto con noi.  Si parla spesso di dress-code, che definisce una codificazione della nostra immagine rispetto a un determinato contesto o evento; e sono innumerevoli le circostanze in cui, pur non richiedendolo esplicitamente, viene sottinteso e dato per scontato. Non ci presenteremmo mai in riunione con il nuovo cliente in felpa e tuta da ginnastica dopo una sessione di jogging, e se fossimo tanto audaci da farlo, ecco che questa scelta inciderebbe sul nostro Self-Branding!.

Parlando di ruoli sociali e professionali, non possiamo trascurare una riflessione approfondita su come il nostro aspetto, inteso ad esempio come abbigliamento, accessori, pettinatura o devices tecnologici che usiamo, abbiano un impatto consistente sugli altri da un punto di vista comunicativo e interrelazionale.

Ma che cosa si intende esattamente per self-branding?

“Bruciare, marchiare a fuoco”: questa l’etimologia della parola brand, che oggi comunemente viene tradotta come “marchio”, una “firma” con cui catalogare oggetti, indumenti, persone, ruoli. 

Il brand è qualcosa che lascia un segno, una traccia evidente e inconfondibile, capace di comunicare una serie di informazioni relative a chi quel certo brand decida di sposarlo. Il self-branding, al di là delle regole sociali e di costume, si definisce nell’ambito semiotico legato alla personalità, alla self-awareness, in equilibrio tra autenticità e costruzione della nostra immagine. 

Self-branding: autenticità o travestimento?

Oggi più che mai, in piena epoca social, vi è un’attenzione morbosa e parossistica nei confronti dell’apparire, di tutto ciò che concerne l’aspetto, l’immagine.

“A me non importa nulla di tutto questo, bisognerebbe guardare la sostanza!”: tanti si troverebbero d’accordo con questa affermazione che vorrebbe prendere polemicamente le distanze da un’attitudine tanto superficiale quanto distraente; nella misura in cui la “forma” sembra appannare la cosiddetta “sostanza” attraverso una fumosa vendita di sé, spesso forzata e innaturale.

È certo innegabile che questa ossessione per l’apparenza stia maturando in modo inquietante. E’ sufficiente pensare alla facile opportunità di diventare celebri con l’esibizione sui social del proprio armadio griffato, o della propria vita privata, come fossero merci esposte in vetrina per abbindolare coloro i quali, più che possibili acquirenti, diventano in un certo senso dei voyeuristi. 

Se tuttavia ci allontaniamo dagli eccessi del mondo digital, ciò di cui stiamo parlando è applicabile anche all’offline. Non è poi così diverso dall’ammirazione che da bambini nutrivamo per quella maestra sempre curata e ben vestita, o dalla sensazione di inaffidabilità che ci assale quando quel consulente si presenta all’appuntamento con la camicia sgualcita. L’abito, qualche volta, fa il monaco. Soprattutto nella realtà “offline” in cui l’immagine che offriamo agli altri non è filtrata da uno schermo o da un filtro di Instangram: sono i nostri occhi e la nostra forma mentis che osservano l’altro. E dalla nostra osservazione, ci costruiamo una prima impressione. 

Perché se voglio, o se occorre, che gli altri mi vedano in un determinato modo, ecco che rinuncio a quel quid particolare che mi caratterizza per abbracciare un “travestimento” che corrisponde alla versione di me stessa che devo interpretare per quell’occasione.

È più che mai fondamentale nel mondo del lavoro ricordarsi questo aspetto: senza sentirci sminuiti nelle nostre qualità e competenze, la cura che prestiamo alla nostra immagine pubblica racconta agli altri – e ancor prima a noi stessi che ci guardiamo nello specchio –  qualcosa di noi, suscitando in loro dei pensieri e delle emozioni varie che impattano implicitamente la relazione con l’altro. 

È una tastiera che è bene imparare a suonare, ricordando che nella relazione con l’altro diventiamo inevitabilmente “pubblici” e come tali visibili e comunicativi attraverso il brand che noi stessi incarniamo.

Lo stesso ruolo può essere interpretato indossando “vesti” completamente differenti proprio perchè, come abbiamo sottolineato prima, l’abito a volte fa il monaco. Pensiamo a Mario Monti e Gianīs Varoufakīs: entrambi economisti ed ex Ministri delle Finanze, il primo per l’Italia, l’altro per la Grecia. 

In conclusione, il personal branding è la fama che ci precede, quello che si dice di noi quando non siamo in una stanza, dice Jeff Bezos fondatore di Amazon. Non si fonda su una bella foto con una citazione, non è il culto della personalità, non è il racconto ossessivo della propria vita. Non è autoreferenzialità. È piuttosto ricerca continua del miglioramento, attenzione verso gli altri, apertura e cura della propria immagine pubblica. 

Vuoi saperne di più? Clicca qui per leggere Personal Branding: The Ultimate Guide (2020).

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Articolo di Rosy Bonfiglio


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