Il Senior Practitioner: la chiusura del cerchio – Intervista a Carmen Serlenga

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Cosa può fare la differenza in un percorso di Business Coaching? Cosa significa in termini di opportunità e di crescita lavorativa? Lo abbiamo chiesto all’ex alunna Carmen Serlenga, che ci ha raccontato la sua esperienza in SCOA – The School of Coaching.

 

Come hai maturato la decisione di iscriverti al Senior Practitioner e di intraprendere la carriera di Business Coach?

 

Partiamo dall’inizio: nonostante io abbia studiato Economia, ho sempre avuto una grande passione per la psicologia e in generale per lo studio del comportamento umano.
Ho lavorato per quindici anni in azienda, principalmente in ambito Finance, area che mi ha dato un punto di vista privilegiato sulle dinamiche aziendali. In parallelo ho studiato e ho seguito un corso di Counseling ad indirizzo Analitico-Transazionale. Dopo il diploma in counseling ho frequentato un corso di coaching con un approccio breve strategico, e ho deciso che volevo fare della mia passione una professione, aiutando le persone a star meglio a lavoro. 
Sentivo però che mi mancava un pezzo, che completasse e chiudesse il mio percorso, creando il giusto gancio con il business e il mondo aziendale.
Così, continuando la ricerca, ho scoperto SCOA e mi sono iscritta al Senior Practitioner.

Durante l’esperienza in azienda avevi mai ricoperto il ruolo di Coachee?

 

Non proprio, avevo partecipato a qualche sessione di Coaching isolata e sporadica, ma non avevo preso parte ad un vero e proprio percorso completo di Business Coaching. L’ho fatto frequentando il Senior Practitioner.

Che cos’ha significato per te il corso del Senior Practitioner?

 

Posso dire che l’esperienza in SCOA ha rappresentato la chiusura del cerchio. Ha dato coerenza ai miei percorsi precedenti e creato il ponte con il mondo aziendale. Come ho detto, mentre lavoravo in azienda ho preso il diploma di counseling e, successivamente, ho seguito un altro corso di coaching, che mi ha aperto ad un approccio diverso, per certi versi opposto, che parte da ciò che si vuole, dall’obiettivo, e aiuta il coachee a trovare strade concrete per ottenerlo.

Il Senior Practitioner invece ha rappresentato il pezzo mancante, ovvero l’analisi, il più possibile obiettiva, del contesto nel quale la persona si muove, del ruolo che ricopre e di come lo interpreta nel concreto.
Questo crea una solida connessione con la vita aziendale nella sua pratica, e aiuta i Coachee a fare il primo importantissimo passo di consapevolezza: dove si trovano e cosa serve in quella realtà.
Il percorso mi ha consentito di integrare teoria e prassi, di unire riflessione e azione. E ha significato crescita personale, oltre che una svolta nella mia carriera professionale.

In un momento in cui cominciavo a muovere i miei primi passi nella nuova professione, da un lato mi è servito per fare chiarezza, perché mi ha aiutato a delineare più precisamente la mia figura e la mia posizione lavorativa. Ho scoperto di possedere delle competenze che nemmeno io sapevo di avere in quella misura, ma che ho potuto far emergere, esprimere e allenare. In questo senso è stato illuminante, sia a livello personale sia a livello poi lavorativo. Mi ha permesso di vivere in prima persona ciò che poi, una volta diventata Business Coach, avrei trasmesso agli altri. Poter sperimentare in modo diretto, su di me, ciò che poi ho proposto ai miei Coachee mi ha consentito di presentarmi in modo più consapevole e quindi sicuramente più efficace.

Qual è stato il modulo del Senior Practitioner che ti è tornato più utile nella tua professione di Business Coach?

 

Carmen ci pensa un po’, sorride, sembra passare in rassegna mentalmente tutta la sua esperienza nella scuola, senza sapere esattamente cosa scegliere. Poi ci dice:

Sicuramente ho trovato molto utile il modulo dedicato all’analisi del contesto organizzativo e del ruolo professionale in relazione al contesto lavorativo e di business, la parte dedicata appunto all’esercizio di astrazione: questa si è rivelata indispensabile per poter guardare le cose con distanza, da un piano più alto e quindi con maggiore oggettività.

Però, a pensarci bene, non farei riferimento ad un modulo in particolare. Non c’è una caratteristica singola, più significativa delle altre, uno strumento oppure una pratica specifica a cui darei maggiore rilevanza. Quello che è stato per me fondamentale nel Senior Practitioner è l’aver trovato, nell’approccio al Coaching e nel metodo, una sintonia con i miei valori e con la mia visione di questo lavoro.

Il fatto poi che il programma sia strutturato in moduli tenuti da docenti – e Business Coach – specializzati in aree differenti, mi ha consentito di trarre valore anche dal loro personale approccio al Coaching. Con l’esperienza poi che quotidianamente i docenti svolgono nelle aziende tramite la realtà di Performant, ho potuto riportare sul concreto l’insegnamento teorico di ogni singolo modulo. Ogni docente mi ha lasciato qualcosa, ha dato un contributo diverso: questo ha reso possibile uno scambio davvero costruttivo, un dialogo vitale tra prospettive anche opposte che nel mio caso hanno consentito una crescita e uno sviluppo personale, oltre che professionale.

La tua precedente esperienza in azienda ti è tornata utile nell’intraprendere la carriera di Business Coach?

 

Alcuni pensano che sia meglio non avere un’esperienza pregressa in azienda, in prima persona, e che conoscere le dinamiche aziendali, per così dire, solo da fuori, aiuti a mantenere un approccio più distaccato, a non mischiare se stessi con il Coachee, trasponendo le proprie esperienze passate su quelle dell’altro.

Io penso piuttosto che aver visto dall’interno un’azienda e averne vissuto le dinamiche e i processi sia importante. Il mio interesse per il Business Coaching tra l’altro è nato proprio da lì… la mia esperienza in azienda mi ha permesso di capire in prima persona la centralità dell’aspetto relazionale in ogni ambito lavorativo, è stata quindi un po’ la miccia che ha acceso la mia passione e il mio desiderio di intraprendere il percorso di Business Coaching.

Una conoscenza diretta di ciò che succede in azienda e ciò che significa rivestire determinati ruoli professionali è fondamentale per far sì che il Coach si senta a proprio agio nel parlare di certe questioni e tematiche lavorative. Certo è che bisogna avere una forte capacità di astrazione, perché effettivamente il rischio di confondere i piani, portando troppo di sé e della propria esperienza individuale, è sempre dietro l’angolo. Ogni situazione è diversa, ogni persona è diversa: bisogna fare molta attenzione a non rimanere incastrati, come Coach, in mappe mentali rigide, frutto di conoscenze pregresse, e a non guidare il Coachee verso la direzione “che noi avremmo preso”.

Quali opportunità e strade ti ha aperto il Senior Practitioner?

 

Lasciare la carriera aziendale è stato un po’ un salto nel vuoto, ho avuto il timore che non avere una solida esperienza nell’ambito dello sviluppo del cliente, o comunque nelle risorse umane, avrebbe potuto costituire un ostacolo, un limite. Invece ho notato che questo tipo di background viene guardato con interesse, e in generale è molto frequente che i Coach vengano proprio dal business, e qualche volta dalla finanza.
Non è stato facile e non lo è tuttora, la parte di Business Development in questa professione gioca un ruolo rilevante.

In realtà invece le opportunità sono arrivate: appena finito il Senior Practitioner, ho iniziato un progetto importante con una grande azienda e collaborazioni con altri coach affermati: la collaborazione e il confronto con altri professionisti è personalmente una cosa che mi gratifica molto.
In generale comunque credo che una delle peculiarità del Coaching è che sia applicabile in ogni realtà in cui siano presenti degli esseri umani: lo puoi portare ovunque, perché incentiva la crescita delle persone. Io l’ho notato su di me, ciò che il percorso di Coaching mi ha trasmesso non si limita alla sfera lavorativa.

In che cosa ha fatto la differenza, nel tuo caso, ottenere la Qualificazione EMCC?

 

Innanzitutto ha dato completezza al percorso. Poi diciamo che per propormi al mercato e ai clienti come libera professionista, essere in possesso di un riconoscimento internazionale delle competenze acquisite durante il corso può fare la differenza: oltre che utile dal punto di vista del personal branding, perché contribuisce a conferire un’immagine seria e affidabile, funge da testimonianza ufficiale delle capacità professionali. Sicuramente avere le competenze è necessario, è la base, ma non basta che queste siano per così dire riconosciute solo all’interno della scuola stessa. È importante che queste siano esplicitamente conformi a standard riconosciuti anche all’esterno della scuola, e una qualificazione dichiara proprio questo.

Carmen Serlenga

Carmen Serlenga

- Riconoscimento EMCC EQA Senior Practitioner in Business Coaching.
- Formazione economica, con una Laurea presso l’Università Bocconi di Milano.
- Diploma in Counseling ad indirizzo Analitico-Transazionale.
- Lo sport è una sua passione, soprattutto il nuoto e la corsa, da cui trae anche molti spunti per il Coaching: la dimensione dell’allenamento, la costanza necessaria, il superamento dei propri limiti. Ascolta la musica classica ma anche la musica rock. Ama i film italiani, che la rappresentano molto, e i thriller americani.

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