La figura del Tutor: intervista a Carmen Serlenga e Valerie Bénéteau

Articolo coaching interno - Serlenga_Beneteau

Durante i moduli del Senior Practitioner in Business Coaching, c’è una figura che affianca i docenti: il Tutor Coach. Ma qual è il suo ruolo? In che modo può essere d’aiuto ai partecipanti? Lo abbiamo chiesto a Carmen Serlenga, Business Coach, Counselor e Tutor dell’ultima edizione del Senior Practitioner, e a Valerie Bénéteau, CFO che ha frequentato il nostro corso Senior Practitioner in Business Coaching.

Raccontateci chi siete e in che modo il Business Coaching si inserisce nel vostro percorso professionale.

Valerie Bénéteau: Sono Canadese, ma da più di trent’anni vivo in Italia, dove sono arrivata spronata dalla curiosità e dalla voglia di esplorare ambienti diversi. Questa mia attitudine mi ha spinta a iniziare a lavorare nel controllo di gestione, un ambiente in cui la curiosità premia: serve parlare, mettere in rapporto tra loro le figure aziendali, creare rete. Ho lavorato in multinazionali, ma anche in aziende piccole: una varietà di contesti che mi ha permesso di fare carriera nell’Amministrazione, finanza e controllo, fino a diventare CFO, e che mi ha anche fatto capire quanto l’ambiente di lavoro sia figlio del contesto culturale. Da oltre venticinque anni sono responsabile di team di lavoro ed è stato proprio il mio ruolo a far nascere l’interesse nei confronti del Business Coaching: quando si agisce con persone che riportano a te è un continuo sperimentarsi, vedere cosa funziona, correggersi e ho voluto approfondire questa area di competenze. Così due anni fa ho seguito il Senior Practitioner in Business Coaching, lo scorso anno ho fatto il percorso di riconoscimento delle competenze EMCC (di cui sono anche socia). Inoltre, sono Mentor volontaria per Professional Women Network e ANDAF.

Carmen Serlenga: La mia formazione universitaria mi ha portata a seguire un percorso manageriale all’interno del mondo del finance, ma ho sempre avuto una doppia anima, un grande interesse per la psicologia e lo studio del comportamento umano. Nel mio lavoro questo mi ha spinta a concentrarmi sugli aspetti più relazionali e sulle dinamiche interpersonali e di comunicazione, sorprendendomi di quanto fossero rilevanti nelle performance, sia dei team che dei singoli. Ho iniziato ad approfondire questi temi con il Counselling Analitico Transazionale, che è molto utilizzato per la lettura delle dinamiche all’interno delle organizzazioni, ma sentivo che per me mancava qualcosa, un aggancio più forte al business. Ho trovato il tassello mancante nel Business Coaching e da lì ho deciso di renderlo la mia professione: sono diventata Business Coach nel 2020. Ora lavoro sia con Performant – nella progettazione ed erogazione di programmi di sviluppo – che con la Scuola come Tutor del Master in Business Coaching. 

Per chi non ha mai seguito un percorso di Business Coaching, la parola Tutor potrebbe risultare criptica, poco esplicativa del ruolo. Chiariamolo subito: chi è e cosa fa il Tutor?

VB: Prima di cominciare il percorso, avevo l’idea del Tutor come della persona con cui confrontarsi sui contenuti formativi, ma poi ho capito che in realtà è molto di più: è un ruolo fondamentale ed è ricco di sfaccettature. Durante il Senior Practitioner il Tutor agisce come fil rouge che collega tutti gli incontri in aula, che sono gestiti da tanti docenti diversi; inoltre è l’osservatore che dà feedback sulla pratica quando si sperimentano le sessioni di Coaching durante il corso, fa da elemento di continuità anche riguardo ai percorsi individuali raccontati in aula. Il Tutor è un Coach, ma è anche un supervisore e nel momento in cui si inizia a fare pratica sperimentale diventa una guida fondamentale nell’apprendere, sperimentare e osservare. È il punto di aggancio tra consapevolezza e azione.

CS: Il Tutor Coach è la figura che accompagna i partecipanti in tutto il percorso di formazione: in aula funge da collegamento didattico tra i 9 weekend, fuori dall’aula supporta la didattica con gli approfondimenti teorici necessari. Ma soprattutto supervisiona la pratica sperimentale che i partecipanti iniziano ad un certo punto del percorso di formazione. Quest’ultima è forse la parte meno immediata della figura del Tutor Coach, ma è fondamentale: il supervisor, con gli strumenti del Coaching e del Mentoring, aiuta il Coach, o il Coach in formazione, a lavorare su di sé per affrontare e superare le eventuali difficoltà che si presentano durante il percorso, per migliorare continuamente nel modo di fare Coaching, perfezionando il proprio stile. Il Tutor è stato inserito come figura fondativa all’interno del percorso proprio perché racchiude molte caratteristiche del Coaching e questa sua complessità lo rende uno strumento molto potente. 

In che modo la figura del Tutor aiuta la crescita del partecipante al Senior Practitioner?

VB: Il Tutor, oltre a essere la persona a cui fare riferimento per ogni dubbio, è quella che trasmette al singolo il rimando di ciò che è avvenuto in aula. Ad esempio, mentre frequentavo il Senior Practitioner, ho avuto delle difficoltà quando si è affrontato il tema della sospensione del giudizio. Nelle prime sessioni mi sono trovata a ragionare su come si facesse, ho parlato con gli altri partecipanti, ma avevo il bisogno di approfondire perché sentivo che quello che stavo imparando in aula non era più teorico, ma allo stesso tempo faticavo a metterlo in pratica: ho riconosciuto una distonia con le indicazioni del docente e mi sono rivolta al Tutor per lavorarci. Ed è stato utilissimo. Il Tutor, osservando e facendo domande, riesce ad aiutare la crescita del partecipante. Inoltre, la stessa modalità Coaching adottata durante le sessioni di supervisione, fa da modello per la crescita del Coach in formazione.

CS: Il Tutor, con il suo ruolo di Coach e di supervisore, racchiude in sé una duplice anima: da una parte quella del Coaching e dall’altra quella del Mentoring. Il percorso di formazione in Business Coaching è un percorso di crescita professionale, ma anche e soprattutto personale. Durante la sessione di Coaching, il Coach è toccato in prima persona da quello che il Coachee porta, e questo richiede un grande lavoro su di sé. Lo strumento principale del Coaching è il Coach stesso, la sua sensibilità, le sue intuizioni, e le sessioni di Tutor Coaching servono a lavorare sull’impatto emotivo del portato del Coachee, sugli ostacoli e sulle difficoltà che i partecipanti al percorso trovano nell’applicazione del processo di Coaching e dei modelli di riferimento. Quello che più mi appassiona del mio ruolo di Tutor Coach è la condivisione di linguaggio con i Coach in formazione, che è la base per un’evoluzione più ampia. È un apprendimento che stimola costantemente, una palestra continua.

 Come si vedono gli effetti del lavoro con il Tutor sulla vita lavorativa?

VB: Ho un esempio che è accaduto molto recentemente e che secondo me spiega in che modo il lavoro con il Tutor ha agito su di me. Qualche giorno fa ho parlato con un collaboratore che ha fatto una presentazione inadeguata alle aspettative. Anziché fargli notare i suoi errori, come avrei fatto in passato, gli ho chiesto di darsi un’autovalutazione del lavoro svolto, l’ho ascoltato. Quello che il Tutor mi ha insegnato di più è stato utilizzare il silenzio: quando fai la manager per tanti anni pensi che il tuo compito sia quello di essere sempre attiva, di avere sempre qualcosa da dire, mentre invece nel mio percorso ho imparato ad utilizzare il silenzio. È uno strumento rivoluzionario, perché è incredibile quante cose in più permetta di capire.

CS: I risultati del lavoro svolto con il Tutor Coach sono una combinazione tra il lavoro che si fa in aula e le esperienze che ciascuno fa nella vita, per questo un aspetto su cui ci si concentra molto è la gestione delle emozioni. Le sessioni di Coaching possono essere molto impattanti a livello emotivo, e imparare a gestirne gli effetti è utile anche nella vita lavorativa in azienda, oltre che nel Coaching. Dal punto di vista del lavoro del Coaching, il Coach in formazione sperimenta la stessa situazione che spesso vive il Coachee: il bisogno di sentirsi dire qual è la cosa giusta da fare in una situazione di difficoltà. Allo stesso tempo però sperimenta l’utilità dell’approccio maieutico, dell’arrivare alla sua soluzione attraverso lo stimolo delle domande.

In che modo la relazione con gli altri partecipanti al Senior Practitioner aiuta a riconoscere su di sé l’efficacia delle esperienze proposte durante il corso?

VB: Quando si è in aula si realizza una situazione che nella vita lavorativa non capita mai: ci sono persone managerialmente preparate provenienti da settori diversi, con diversità di età e di genere, che hanno la possibilità di dare e ricevere feedback senza secondi fini. In azienda spesso si è soggetti a vincoli non visibili, non è possibile dire tutta la verità o avere uno scambio sincero perché ci sono in ballo le gerarchie, mentre in aula le persone hanno l’opportunità di restituire in maniera sincera come si sono sentiti nell’esercitazione. E questo è già, anche solo come punto di partenza, una ricchezza. Provando poi le dinamiche di gruppo, nel momento in cui tutti agiscono gli uni per gli altri sia come Coach che come Coachee, i Coachee raccontano le emozioni che provano, le condividono, ed è un prezioso apprendimento per il Coach. In più il gruppo ha un vantaggio enorme: consola nelle difficoltà. All’inizio del Coaching individuale si è sempre gasati, poi arriva il momento di sconforto, ma quando in aula si vede che anche gli altri condividono la stessa sensazione è un conforto, un supporto. Questo riconoscimento del sé nell’altro e viceversa è fondamentale per la crescita personale. Infine, vedere come agisce il gruppo dà la possibilità di vedere diversi stili di Coaching possibili, perché ognuno mette in atto il suo: si vedono gamme di modi e di percezioni e questo è una fonte inesauribile di apprendimento.

CS: Il gruppo è l’ambiente protetto in cui si ha lo spazio e la libertà di sperimentare e di condividere. Il gruppo è un traino in due direzioni: da una parte aiuta, perché se all’inizio per ogni partecipante il pensiero più presente è uno stimolo, un ottimista “chissà se riuscirò”, poi però diventa “Oddio è difficile”. In questo il gruppo è davvero un supporto perché capisci che la difficoltà è condivisa, che non sei solo tu a trovare quello che stai facendo difficile. Dall’altra parte però stare nel gruppo significa anche stare nella fatica, gestire le emozioni negative, lo scoramento, la messa in discussione. Il resistere alla tentazione di chiedere al docente o al Tutor “dimmi come si fa”, ma di continuare a provare. Quando si impara a stare lì si vede la trasformazione, è l’occasione per vedere quanta crescita c’è. 

Quale pensi che sia la sfida più grande per un Tutor? 

VB: All’inizio del percorso, l’aspetto più difficile per un Tutor è far capire ai partecipanti il suo ruolo e la sua potenza: all’inizio è tutto molto teorico, quindi sembra che il Tutor sia una figura di poca rilevanza. Infatti quando si comincia le ore con il Tutor si tende a non usarle, poi però servono tutte insieme. Se potessi dare un consiglio a chi farà il Senior Practitioner nelle prossime edizioni sarebbe proprio questo: gestire anticipatamente le ore di Tutoring perchè può davvero cambiare il modo in cui si affronta il percorso. 

CS: La sfida più grande che vivo nel ruolo di Tutor Coach sta proprio nella ricerca del giusto equilibrio tra la l’approccio Coaching e il Mentoring nelle sessioni di supervisione della pratica. Quando il Coachee in formazione è in difficoltà e mi chiede cosa farei, l’uso della mia esperienza è uno stimolo, spesso un riferimento, ma è molto importante puntare l’attenzione sulla sua intuizione (del Coach in formazione), aiutandolo a trovare il suo modo di fare Coaching, il suo stile, sempre nel perimetro del modello e del processo di Coaching. È importante far capire che le difficoltà si possono superare con le proprie risorse e che il solo averne superata una dà delle competenze, e anche della self-confidence, per riuscire a risolvere anche le altre. A volte verrebbe spontaneo dare direttamente la soluzione, ma il difficile sta proprio nel riuscire a stare un passo indietro e fare da guida.

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