Business Coaching: Italia VS USA

Intervista-Diane
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La pratica del Business Coaching è nata negli Stati Uniti negli anni ‘70 e si è diffusa in Europa, e più nello specifico in Italia, soltanto negli ultimi 20 anni. Il modo in cui il Business Coaching viene oggi percepito e applicato in questi due paesi è caratterizzato da profonde differenze, certamente riconducibili anche al modo in cui viene recepita a livello culturale la figura di chi offre supporto al cambiamento e, in particolare, quella del Business Coach.

Nell’ottica di soffermarci su una visione differente sul Business Coaching abbiamo instaurato un confronto con Diane Laschet, Transformational Life & Business Coach, sulla prospettiva degli Stati Uniti, ascoltando e traendo spunto dalla sua esperienza professionale internazionale. Cittadina statunitense e italiana, Diane ha infatti clienti in diversi paesi del mondo e sperimenta quotidianamente le peculiarità della disciplina nei vari contesti, in particolare quello americano.

Quali sono le principali differenze che osservi nella figura del Business Coach?

Una prima differenza che mi viene in mente è relativa alla qualificazione. Anche parlando di professionisti competenti e affidabili, in molti ce l’hanno ma non tutti. Diciamo che è più una scelta personale, che svolge un ruolo meno connesso al riconoscimento professionale rispetto all’Italia, in cui è molto importante per proporsi al mercato come professionisti seri, e in cui la qualificazione è determinante, fa la differenza.

Si trova inoltre una molteplicità di titoli professionali diversi, tutti legati al Business Coaching e tutti riconosciuti, che si rivolgono ad una nicchia molto piccola e offrono un servizio specifico. L’obiettivo è quello di rispondere a problematiche e situazioni molto particolari e dettagliate, specializzandosi quindi in ambiti e aspetti precisi: questa tendenza nasce anche e soprattutto dalla necessità di far fronte a numeri più grandi.

In Italia il mercato del Business Coaching è fortemente in crescita: negli ultimi anni ha infatti visto una rapida diffusione, è una pratica sempre più conosciuta nelle aziende e la figura del Business Coach è sempre più richiesta dalle organizzazioni. Qual è la situazione negli Stati Uniti da questo punto di vista?

Senza dubbio negli Stati Uniti la disciplina è maggiormente conosciuta e più diffusa. Questo si vede, banalmente, dalle richieste di lavoro e collaborazione: non appena il Coaching è diventata la mia professione, ho ricevuto moltissime proposte, e ne ricevo quotidianamente.

Ma non è solo una questione di numeri. Questo scenario è interessante perché racconta una differenza più profonda, di forma mentis, di approccio. Rispecchia l’estrema utilità che le persone attribuiscono al Business Coaching.

C’è una maggiore consapevolezza. Nella maggior parte dei casi sono direttamente gli Executives a richiedere e cercare un proprio Coach, non aspettano che sia l’azienda a proporlo: lo percepiscono come un supporto indispensabile. Al di là dei percorsi di formazione o di Coaching finanziati dalle organizzazioni, sono gli Executives che ne avvertono in prima persona il bisogno, e così il rapporto che si crea è costante e più personale, anche se il percorso è completamente basato sul business. Questo perché conoscono bene cosa sia il Coaching e quale sia la differenza di una vita con e senza questa disciplina: scelgono una vita – in primo luogo lavorativa – creata intenzionalmente e consapevolmente, piuttosto che una vissuta di default. Desiderano migliorare e sanno quanto avere un Coach che ti supporta nel riflettere e nel focalizzare come farlo sia determinante per il proprio benessere. E non è solo una questione di risultati, di numeri, ma una questione di performare e stare meglio.

Molte delle richieste americane poi arrivano dagli imprenditori, soprattutto di piccole e medie imprese: anche tra questa categoria di professionisti c’è una grande consapevolezza e sensibilità al tema.

Il Coaching insomma fa parte della mentalità, della cultura, e su questo punto vorrei insistere perché penso sia cruciale.

È interessante provare a riflettere su quali possono essere i fattori culturali che contribuiscono a queste differenze di diffusione del Coaching e più ampiamente di mentalità, come spunto di ulteriore riflessione e per comprenderne almeno in parte le radici. In generale, infatti, l’usanza di rivolgersi a figure di sostegno al cambiamento è una prassi affermata. Ad esempio, il sistema scolastico americano prevede diverse figure di accompagnamento per gli studenti. Tra questi, il “counselor” svolge proprio il ruolo di supporto: gli studenti hanno una persona che li segue nel percorso di crescita, scolastica ma anche inevitabilmente personale, che li aiuta a delineare i propri talenti e le proprie passioni, in modo da costruirsi la strada compiendo scelte più consapevoli e mirate. Fin da giovanissime, le persone sono così allenate a riflettere sulla propria condizione presente e futura, entrando in contatto con una figura esplicitamente preposta a fornire un sostegno nello sviluppo: sebbene si tratti di due professioni diverse, sia nella metodologia usata sia negli obiettivi, questo ci mostra però un’abitudine ad avere un riferimento esterno, che diventa quindi naturale mantenere anche quando si passa dalla scuola al lavoro.

Questa predisposizione a compiere un lavoro su di sé nell’ottica di svilupparsi a pieno e di esprimere il proprio potenziale appare in linea con la diffusa tendenza americana a dare maggior attenzione al presente, al qui e ora. Se ci pensiamo, la cultura europea mostra un più forte attaccamento alla storia, considerata non solo come maestra e monito per il presente. Non si tratta solo di guardare al passato per comprendere meglio l’attualità ma, in generale, ci si basa su una diffusa consapevolezza storica, sentita diversamente in Europa anche per la maggiore complessità della storia passata: è incorporata nel territorio europeo, nelle città disseminate di monumenti antichissimi, nella miriade di paesini e di borghi storici. Il valore attribuito a ciò che c’era prima – tipico della cultura europea – negli Stati Uniti diventa piuttosto un valorizzare ciò che c’è, trasformarlo nell’ottica di innovarlo e migliorarlo, e questo si riflette anche in un interesse spiccato per percorsi di sviluppo individuale e organizzativo.

Il fatto poi di sentirsi parte di una realtà unica, gli Stati Uniti nel loro insieme, con un unico Presidente e un’unica lingua, ma frammentata al suo interno in una molteplicità di stati, con le proprie usanze, la propria cultura e la propria legislazione, porta a pensare ad una sensibilità differente per tematiche quali per esempio la valorizzazione e l’inclusione delle diversità. Questo scenario può infatti incentivare la consapevolezza dell’importanza e dell’urgenza di trovare gli strumenti per affrontare certe dinamiche, anche nei contesti organizzativi.

Al di là comunque di quali siano i fattori culturali potenzialmente responsabili del diverso sviluppo di pratiche come il Business Coaching, riflettere sulle dinamiche sottostanti permette di avvicinarsi a svariati approcci, farne tesoro come fonte di ispirazione, e magari comprendere meglio quali leve toccare e quali comportamenti mettere in pratica per essere professionisti più efficaci sia all’estero sia nel proprio paese, e agevolare la diffusione della disciplina.

In cosa dunque, sotto questo aspetto, il panorama statunitense è significativo e può essere un utile spunto anche per l’Italia?

Credo che l’effettiva normalizzazione di pratiche come il Business Coaching negli Stati Uniti sia un aspetto di fondamentale importanza. Da un lato mostra concretamente come, una volta che lo si sperimenta e lo si conosce, ci si innamori della disciplina e ci si ricorra frequentemente, in modo direttamente proporzionale ai cambiamenti da affrontare e alla potenziale crescita professionale.

Dall’altra però penso che porti alla luce l’estremo bisogno che c’è in Italia di fare cultura di Coaching, proprio perché meno conosciuto. In questo gli Stati Uniti possono svolgere il ruolo di esempio, e di ispirazione. A mio avviso, è cruciale lavorare proprio sul mindset delle persone, per far sì che la disciplina e il valore che essa apporta nella vita professionale e privata vengano interiorizzati e normalizzati. Serve lavorare per un cambiamento di approccio, e anche di priorità: insistendo attivamente sull’idea che gli aspetti disfunzionali diffusi in tante aziende e il malessere vissuto da tanti professionisti si può combattere, che ricevere un supporto per porsi domande sul proprio ruolo porta benefici tangibili in primis per l’individuo, per l’Executive, per l’HR, per i team, per le organizzazioni nel complesso.

Deve avvenire, anche in Italia, un passaggio, partendo magari anche dalla sensibilizzazione diretta degli Executives: Il Business Coaching può essere percepito come un’opportunità personale, che le persone fanno e scelgono in primis per loro stesse, e non invece come l’ennesimo corso di formazione puramente finalizzato al funzionamento dell’azienda.

Quali sono invece alcune differenze di metodo, durante le sessioni?

Una delle principali caratteristiche che mi viene in mente è senza dubbio la presenza molto frequente di strumenti tecnologici. Tra i Business Coach americani è molto diffuso l’utilizzo di supporto digitali: ciascun professionista possiede una piattaforma personale, che costituisce un aiuto per i Coachee. Attraverso di esse infatti i Coach forniscono ai propri clienti specifiche esercitazioni da fare a casa, in modo da rendere continuativa e anche più efficace la pratica stessa.

Un esempio italiano è sicuramente l’app del toolkit flowknow®, che consente di utilizzare la metodologia anche in remoto, grazie alla sua recente versione in virtuale. Però in generale in Italia, anche dal lato tecnologico, siamo meno sviluppati e soprattutto ora che le sessioni a distanza sono all’ordine del giorno, può essere opportuno aprirsi nell’ottica di valorizzare a pieno i percorsi di Coaching, utilizzando tutti i supporti possibili.

Come emerge da queste riflessioni, si tratta in primo luogo di differenze di mentalità, radicate e determinate dalla cultura del luogo, che anche per questo sono però dinamiche, possono evolversi e trasformarsi. Non c’è un approccio migliore di un altro in assoluto, ma può valere la pena di soffermarsi sui punti di forza dell’approccio statunitense per comprendere come trarne ispirazione e come adattarli poi alla propria cultura e alla propria storia. Più nello specifico, guardare allo scenario americano non significa puramente emularlo: il tentativo non deve essere quello di ricreare una copia, che non sarebbe proficua né efficace in un contesto diverso. L’obiettivo può allora essere quello di chiedersi: come far rivivere certi modelli, funzionanti in altri paesi, nel proprio? Quali sono le leve che possono invece funzionare in quest’ultimo?

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