Perché l’ascolto attivo è importante nella comunicazione tra Coach e Coachee – Approfondimento sul secondo modulo del Senior Practitioner

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Durante il secondo modulo del corso, tenuto dalla nostra Executive Business Coach, Partner e Docente SCOA Patrizia Fagnani, i partecipanti hanno affrontato il tema della Comunicazione nel Coaching e si sono allenati sulle competenze e sulle tecniche della “Comunicazione”, sperimentando gli ingredienti dell’ascolto quali l’ascolto di sé e ascolto dell’altro.

L’ascolto attivo “umile” è un elemento essenziale in una relazione tra Coach e Coachee e diventa anche un’area di competenza per alcuni manager. L’ascolto umile, attraverso la curiosità e la mente “aperta”, permette la sintonizzazione con gli interlocutori. Ed è proprio la curiosità che dobbiamo allenare, cercare di essere un bambino che semplicemente ascolta, sospendendo il giudizio. Cosa non facile per noi adulti. 
I partecipanti hanno lavorato sul loro sviluppo personale per allenarsi a essere dei Coach, non a fare i coach.
In altre parole il Coach, ponendosi come ascoltatore e mettendosi a disposizione del proprio cliente attraverso un ascolto umile e autentico, di fatto diventa uno strumento nella relazione di Coaching. La gestione di sé, dei fattori che ostacolano l’ascolto e di quelli che la favoriscono rappresentano la dimensione interna che influenza e definisce la qualità di quella esterna costituita da domande, feedback ecc.

Indice
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    Ingredienti “non visibili” e “visibili” dell’ascolto

    E’ importante sottolineare che l’ascolto, anche nella relazione tra manager e collaboratori o colleghi in azienda, crea uno spazio di qualità.
    Ma per creare questo spazio occorre fermarsi e riflettere sulla consapevolezza e sugli ingredienti visibili e non visibili dell’ascolto. 

    Analizzandolo nel dettaglio, il tema dell’ascolto si declina in fattori “meno visibili” quali: 

    • l’esercizio della consapevolezza 
    • conoscenza di se stessi
    • l’esercizio di saper stare nella storia dell’altro 
    • l’esercizio di saper accettare e leggere la realtà con gli occhi dell’altro: in questo caso parliamo di empatia.

    Per usare una metafora l’ascolto attivo, di sé e degli altri, è parte di un iceberg, è la dimensione nascosta, personale, che va a costituire la base su cui si fonda la comunicazione: l’essere determina il fare e il dire.

    L’atto dell’ascolto si esplicita anche in elementi “visibili”: sono le domande, feedback, elementi fondanti della dinamica di Coaching. Le domande aperte sono il principale strumento del Coach e hanno lo scopo di far riflettere il Coachee, al fine di far scaturire insights rispetto all’attuale e al nuovo modello comportamentale. Nella letteratura manageriale si parla spesso dell’arte di fare le domande, competenza strettamente correlata alla leadership.

    Il Coach deve conoscere i suoi elementi “killer” dell’ascolto

    Nel suo modulo Patrizia tocca il tema dell’empatia e della sospensione del giudizio. Attraverso esercitazioni mirate, i partecipanti iniziano a comprendere e individuare quali sono i propri “killer”, segnali forti e deboli, che allontanano o avvicinano troppo all’altro, pregiudicando l’ascolto autentico.
    Quali sono le parole chiave che non ci fanno più ascoltare? Quali pensieri ed emozioni  emergono, legati a determinate situazioni raccontate dall’altro, che ci impediscono o limitano la nostra capacità di “stare” con l’altro? Esercitarsi all’ascolto e scoprire i filtri significa fermarsi e fare una riflessione critica su come ascoltiamo: questa è la modalità di apprendimento che permette di cambiare un comportamento e di conseguenza essere più focalizzati e concentrati. Significa che il Coach autosviluppa le capacità che gli permettono di comprendere e riconoscere gli elementi, i filtri che gli fanno perdere l’ascolto autentico e, di conseguenza, la capacità di fare domande.

    Essere consapevoli per essere in grado di ascoltare e dare supporto agli altri

    Quando nel Business Coaching parliamo di consapevolezza, intendiamo anche quella conoscenza di sé che permette di riflettere sui filtri che vanno a inficiare l’ascolto umile e che allontanano dall’altro. 

    Il focus sta nel comprendere come “si funziona” nell’atto di ascoltare gli altri: lavorare su se stessi è un elemento essenziale e prioritario per l’esercizio della professione del Business Coach. In altre parole il focus è sulla consapevolezza di sé e sull’osservazione di sé e dei propri meccanismi, più o meno automatici. Essere consapevoli significa saper vedere se stessi, conoscersi, gestire il proprio mindset in un’ottica di sviluppo personale, per poter sviluppare gli altri.
    La gestione di sé diventa una competenza fondamentale e imprescindibile per diventare un Coach ma ha un valore a prescindere dalla professione, e può diventare un ottimo esercizio per il manager e per il leader.

    L’empatia: “ti sento”

    L’empatia è uno degli elementi nascosti e meno visibili che intervengono nell’ascolto attivo. Essere empatici significa stare nella storia dell’altro e sospendere il giudizio, mantenendo la giusta distanza e lucidità: essere troppo o poco empatici non è funzionale alla relazione di Coaching.

    Il feedback, insieme alle domande, è uno degli elementi visibili dell’ascolto ed è strettamente correlato all’empatia. Il feedback dato tra collaboratori è diverso da quello dato dal Coach al Coachee, ma il denominatore comune rimane la consapevolezza e il saper stare nell’altro, empaticamente: “ti sento” e “ti vedo” per quello che sei.

    I filtri devono essere riconosciuti e gestiti: solo così il feedback è funzionale alla relazione di sviluppo e all’ascolto

    Quanto si è davvero rivolti all’altro, al Coachee, nel momento in cui si dà il feedback? Quanto si sta portando la propria esperienza?
    Il feedback parte dall’osservazione dell’altro, sia nel Coaching che nella relazione professionale, e dei suoi comportamenti (dire e fare). E’ quindi utile chiedersi: ma io come osservo?. Come coach ci si deve domandare quanto la restituzione dell’osservazione al Coachee sia davvero un’osservazione neutra e quanto sia frutto di una nostra interpretazione. Per fare questo passo, è fondamentale conoscere i propri filtri che ci distraggono dalla neutralità e trasparenza del feedback.

    Le domande sono lo strumento principe dell’ascolto

    Le domande aperte aprono al dialogo, alla riflessione e permettono al Coachee di vedere le cose da un altro punto di vista. Porre domande favorisce una dimensione sistemica ed ampia, una lettura che va al di là della prospettiva e/o della focalizzazione che il Coachee ha nell’hic et nunc

    Grazie alle domande aperte poste dal Coach, la torcia della consapevolezza si accende su prospettive e interpretazioni precedentemente non così chiare al Coachee, favorendo un’analisi maggiormente critica e un supporto al problem solving e ai comportamenti maggiormente funzionali legati al cambiamento.

    Quanto sono potenti le domande aperte rispetto a quelle chiuse, e quanto sono efficaci le domande che pongono alternative?

    Nel Coaching, bisogna precisare, non esiste la domanda potente per definizione, ma la domanda che può essere potente perchè arriva dall’ascolto attivo e autentico del Coach. Porre una domanda che veicola un aut – aut, d’istinto porta l’interlocutore a focalizzarsi sulle opzioni presentate: le domande sono potenti se danno la possibilità di riflettere su opzioni e soluzioni nuove, ovvero favoriscono alternative. Questo è quello che nell’Intelligenza Emotiva si definisce un pensiero positivo, inteso come possibilità di scelta tra più opzioni diverse.

    Spesso nel contesto aziendale non ci rendiamo conto che facciamo domande non per comprendere il punto di vista altrui ma bensì per dichiarare il nostro punto di vista, con la presunzione di conoscere le risposte che riceveremo. Questa è una modalità fittizia di ascolto, perché la domanda deve essere posta con l’intenzione di ascoltare l’interlocutore e non per dare conferma delle nostre supposizioni: questo meccanismo non può accadere durante una sessione di Coaching.

    L’auto-sviluppo del Coach è una pratica continua

    La riflessione critica che il Coach deve fare è chiedersi che cosa lo allontani dall’ascolto attivo e cosa lo faccia convergere su se stesso.
    In questi casi deve riconoscere le dinamiche di “chiusura”, saperle gestire e ricondursi sull’ascolto dell’altro. Questo comportamento va allenato intensamente, perché permette al Coach di rimanere sempre focalizzato e al servizio del cliente. 

    Durante il modulo è emerso che non esiste una teoria universale sulla messa in pratica dell’ascolto, perché la materia non può essere insegnata servendosi unicamente di un approccio maieutico e dottrinale. La strategia più efficace consiste nell’allenamento e nell’esercizio delle pratiche d’ascolto.

    Finchè ci alleniamo e ci mettiamo in ascolto di noi stessi per chiederci cosa ci fa allontanare dall’interlocutore, siamo sulla strada giusta. Lavorare su noi stessi significa percorrere un circuito circolare, di ritorno a noi stessi, come le pratiche di meditazione: un’uscita da noi stessi, verso l’altro, per poi ritornare alla nostra capacità di saper ascoltare il Coachee in maniera autentica, grazie agli elementi “visibili” e “non visibili” dell’ascolto attivo.

    Se, ad esempio, il Coach riconosce una difficoltà – dati certi elementi – nel creare collegamenti rispetto a certi schemi comportamentali del proprio Coachee oppure, sempre come esempio, sente di essere poco o troppo empatico verso il proprio cliente, in questi casi può interviene la Supervisione. La Supervisione è un percorso che intraprende il Coach quando comprende che un elemento lo rende meno performante, ad esempio un filtro, un’empatia troppo forte o una distanza rispetto a certi temi. Non si smette mai di imparare, soprattutto nel Business Coaching.

    Si è da poco concluso il secondo modulo della 36esima edizione del Programma per Senior Practitioner di SCOA – The School of Coaching. Il corso si compone di 9 moduli, tenuti dai nostri Docenti, tutti professionisti Business Coach. Il Programma per Senior Practitioner prepara Manager, HR, Consulenti, Liberi Professionisti ed Imprenditori a diventare Business Coach e approfondisce le chiavi necessarie per poter esercitare questa professione al meglio. 

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