Conoscere la giusta distanza – Intervista all’autrice Anja Puntari

Anja_Puntari_Intervista
Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su email

«Ho scritto del mondo in cui io vivo, delle persone che vedo e con cui sono stata in contatto: ho voluto mettere tutto questo in un libro, per condividerlo con tutti quanti. Queste cose fanno parte della nostra realtà e credo che dobbiamo affrontarle». Così Anja Puntari, Senior Business Coach, Visual Artist, e autrice di Conoscere la giusta distanza. Sfide di management in un mondo complesso, parla del suo libro. Un saggio rivolto ai professionisti di oggi, capace di aprire riflessioni e stimolare il pensiero grazie agli spunti dal mondo dell’arte e agli episodi di vita vissuta.

Perché hai deciso di scrivere questo libro?

Nel libro racconto sia esperienze personali, sia quelle che ho potuto osservare nelle organizzazioni nel ruolo di Business Coach: parlo di dinamiche, difficoltà e problematiche che le persone effettivamente vivono nella loro quotidianità lavorativa. Il mio desiderio, che mi ha spinto a scrivere, è che i pensieri che esprimo possano prendere volo, che possano arrivare alle persone e dare loro un sostegno. Credo sia fondamentale portare attenzione su queste tematiche, perché spesso le persone vi sono immerse senza rendersene conto, senza avere la consapevolezza e gli strumenti adeguati per agire in modo costruttivo. Vorrei arrivasse ai professionisti che hanno un profilo di leadership, per aiutarli a riflettere su come guidare le proprie persone in maniera responsabile.

Che cos’ha significato scrivere questo libro? Ci racconti come hai vissuto l’esperienza della scrittura?

Questo è il mio primo libro – se escludiamo la pubblicazione della mia tesi di laurea. Sono riuscita a scriverlo in meno tempo di quanto mi aspettassi, anche perché avevo una deadline molto serrata: di per sé le scadenze sono positive per me, mi spronano e mi danno il ritmo. Poi comunque diciamo che tutto il contenuto del saggio era “già dentro di me”, si è trattato solo di tirarlo fuori: l’ho scritto dopo 8 anni di professione, in cui ho osservato le persone nelle organizzazioni, e dopo due anni di pandemia, un periodo particolarmente forte da tanti punti di vista. Il tempo era maturo per dar voce a questi pensieri… Ciò però non vuol dire che sia stato facile, anzi!

Quali sono state le difficoltà più grandi e quali i momenti più intensi a livello emotivo?

Diciamo che ho capito molto meglio la teoria del “viaggio dell’eroe” di Christopher Vogler, perché l’ho sperimentata in prima persona. Lo scrittore, così come l’eroe, passa attraverso tanti stati emotivi ed ostacoli diversi: c’è il momento dell’idea, l’euforia iniziale a cui segue una profonda confusione, c’è il momento di blocco in cui non sa come proseguire… vive momenti emotivamente anche molto difficili. Un grande timore per me è stato quello di non riuscire a dare a ciò che stavo scrivendo una forma comprensibile per l’altro, che non arrivasse ai miei interlocutori in un modo chiaro… una paura che non avevo mai provato nella mia precedente esperienza da artista visiva. Io tra l’altro ho scritto un saggio, un genere letterario di per sé molto razionale. La scrittura mette in ordine, ti aiuta a dare un senso al caos dei pensieri. È stata una grande sfida per me. È una forma di espressione creativa molto diversa da quella dell’arte visiva: anche qui c’è un “mettere in ordine” ma è estetico, si tratta di trovare l’armonia tra gli elementi che compongono l’opera. È qualcosa che a me viene molto naturale – sono dotata di una particolare sensibilità a livello di forme e colori e un buon senso estetico, almeno secondo me poi non so cosa dicano gli altri! – dice ridendo.

Sei un’artista affermata, e anche dalle pagine del tuo libro si percepiscono raffinatezza e sensibilità per gli aspetti estetici. È molto interessante il fatto che la tua paura di non arrivare al pubblico sia sopraggiunta nella stesura di quest’opera, e mai invece nella creazione di opere d’arte visiva. Se ci pensiamo, infatti, le parole sono uno strumento che consente forse più di ogni altro raggiungere il massimo livello di chiarezza. A maggior ragione poi la struttura del saggio permette un’accuratezza e un approfondimento molto elevati, che permettono di essere estremamente esplicativi. L’arte invece va in una direzione diversa, anche l’obiettivo è un altro: non spiega, ma anzi lascia in sospeso, evoca, rimanda ad altro. Come spieghi queste due diverse esperienze?

È un buon punto questo: forse è proprio il fatto che con l’opera d’arte non ho mai avuto la pretesa di arrivare con la stessa precisione, che invece ho avuto in questo caso. Anche la lettura è sempre interpretazione, ma l’arte di per sé è valida anche se vissuta diversamente, nutre sempre ogni persona perché ognuno di noi ha la sua relazione personale con l’opera. Questa volta invece il mio obiettivo era trasmettere un messaggio molto definito, limpido. Avevo quindi paura che non arrivasse tutto ciò che volevo dire.

Rispetto alla tua propensione per l’estetica e al tuo background nell’arte, è interessante il fatto che tu abbia scelto di cimentarti proprio nella stesura di un saggio, che come dicevamo tra tutti i generi letterari è uno dei più distanti dall’arte visiva, per intenti, struttura, rigore. Come mai questa scelta?

Perché io sono una persona da saggio! Già da molto giovane, quando ero all’Accademia delle Belle Arti leggevo soprattutto saggi. È un tipo di scrittura che mi tiene sveglia e coinvolta. Con i romanzi per esempio faccio molta più fatica, anche se ne ho letti moltissimi. Sono cresciuta con i libri. Ricordo che quando eravamo piccoli e andavamo in campagna per le vacanze o per il weekend, prima di partire passavamo dalla biblioteca e tutti e cinque, i miei genitori e i miei due fratelli, prendevamo 10 libri ciascuno. A casa il mio libro preferito era l’enciclopedia, una noia mortale per la maggior parte dei ragazzi!

Una passione che ti accompagna da sempre, quella della lettura… E quella per la scrittura invece, com’è nata?

Scrivere è sempre stato nelle mie corde, mi veniva facile… tanto che a diciotto anni, al momento di scegliere l’università, ero indecisa proprio tra iscrivermi all’Accademia o proseguire con degli studi che mi portassero verso la scrittura. Vengo da una famiglia bilingue e non mi sentivo sufficientemente robusta in nessuna delle due lingue. È buffo pensare che adesso ho scritto un libro, in una lingua che non è la mia. Ho capito che se hai cose da dire e sai trovare le giuste collaborazioni che ti aiutano a realizzare il tuo progetto, si può fare anche se non parli perfettamente la lingua.

In realtà parli un italiano molto fluente! Però ecco, com’è stato scrivere un libro in una lingua che come dicevi non è la tua madre?

Conosco molto bene l’italiano, ma stranamente dopo molti anni in questo paese, mentre scrivevo ho scoperto che molti aspetti di me sono ancora finlandesi. Lo humor per esempio, è stata una parte per me difficilissima, sia culturalmente che verbalmente. Non è stato facile far passare la parte divertente. Temo che il mio humor dark finlandese spesso non arrivi. Per me in questo libro c’è molto humor, ma non so se il lettore italiano lo coglie.

Questo è un ottimo spunto di riflessione! Battute spiritose o espressioni divertenti che in molte situazioni servono proprio a rompere il ghiaccio e a unire le persone, in altre che coinvolgono culture diverse possono invece all’opposto creare distanza, imbarazzo, difficoltà. Un ostacolo non indifferente… come hai affrontato in generale i momenti difficili?

La mia professione di Business Coach mi ha aiutata senza dubbio. Sono state fondamentali la gestione del sé e delle emozioni, la capacità di darsi un obiettivo chiaro, di definire come arrivarci, anche il coraggio. Da Coach si è allenati ad affrontare le difficoltà visto che nel lavoro che facciamo con i clienti teniamo l’attenzione sullo sviluppo proprio delle competenze necessarie.

In che modo la scrittura, a tuo avviso, può essere uno stimolo nell’ottica del Business Coaching?

Aiuta a fare ordine, è di grandissimo valore nella pratica riflessiva del Coach, e anche per il Coachee: ancorare nelle parole scritte ciò che succede dentro di noi, i comportamenti, le reazioni che abbiamo e che gli eventi scatenano in noi aiuta a fare ordine nel caos interiore, a fare chiarezza e agire con più consapevolezza. Anche la lettura è uno stimolo prezioso: amplia orizzonti, aiuta a comprendere il punto di vista degli altri, a raccogliere conoscenza, apre riflessioni, può aumentare la consapevolezza sul mondo ma anche su di sé, se quella lettura aiuta a connettersi con se stessi.

Grazie per questi spunti Anja. Per concludere, quale consiglio daresti ad un Business Coach che decida di cimentarsi nell’attività di scrittura di un libro?

Direi prenditi un buon Coach. Io sono stata accompagnata da Giada Tonelli che mi ha aiutata in tutti i passaggi, dall’idea alla stesura vera e propria. Mi ha supportata nel mettere meglio a fuoco il tema su cui stavo lavorando, mi ha indirizzato e motivato: è stato un sostegno fondamentale.

Il libro sarà disponibile in versione cartacea e in formato online dal 25 novembre. Vuoi pre-ordinare la tua copia?

Se vuoi partecipare alla Presentazione del libro online, puoi iscriverti qui. L’evento si terrà giovedì 25 novembre, dalle 18.00 alle 19.00. Ti aspettiamo!

Cerca
Ricevi la
Newsletter
Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su linkedin
LinkedIn
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Condividi su email
Email
Condividi su pocket
Pocket
Torna su
Iscriviti alla newsletter

Ricevi gli inviti ai nostri eventi e ogni due settimane la nostra selezione di contenuti più letti.

Non andare via così presto!

Il nostro sito ti è piaciuto? Puoi continuare a seguirci iscrivendoti alla newsletter di SCOA – The School of Coaching e riceverai gli aggiornamenti dei nostri contenuti sulla tua casella di posta elettronica.