Il mercato del business coaching nel 2022

Growing green plants on soil. Original public domain image from Wikimedia Commons

Gli ultimi anni ci hanno insegnato che, nonostante le difficoltà, aziende e organizzazioni possono evolvere positivamente, ascoltando le esigenze delle proprie risorse e seguendo il ritmo del cambiamento. 

Assistiamo oggi a un nuovo scenario mondiale, con nuove tensioni anche, e soprattutto, nelle aziende, in particolare, è emersa l’importanza del patrimonio umano. Per questo, il coaching, ottimo strumento per la conservazione e sviluppo di talenti, sta diventando una realtà sempre più importante all’interno delle organizzazioni.

A confermare questa tendenza, uno studio condotto da Randstad, “unleashing worklife possibilities: the worklife coaching report 2022”. Il seguente report, eseguito su un campione di 7 paesi (Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, India, Singapore e Australia), dimostra come il coaching sia già una priorità assoluta per il 29% delle 770 persone intervistate, tra responsabili HR, people leader, manager e lavoratori a tempo pieno.

I nuovi numeri

Il coaching è considerato essere un’attività preziosa sia per CEO e datori di lavoro che per i dipendenti. 

È stato riscontrato che il 90% di coloro che non segue percorsi di coaching aziendali, è disposto a intraprenderli se solo gli venisse presentata questa opportunità. Di questo 90%, il 75% si aspetterebbe di trovare l’esperienza di coachee come molto o estremamente preziosa.

D’altronde, i dipendenti desiderano soddisfare i propri obiettivi lavorativi ed avere l’opportunità di sviluppare le proprie competenze, lavorando sul proprio potenziale. Questo è il primo passo per avere una quotidianità professionale appagante ed eliminare il turnover. Il continuo cambio di risorse ha dei costi molto alti per le organizzazioni: dal 50% al 200% dello stipendio del dipendente che se ne è andato.

È bene ricordarci, inoltre, che il valore del business coaching va oltre alla dimensione lavorativa: la nostra quotidianità è un intersecarsi di piani e dimensioni differenti e quando si vive un benessere e propositività sul posto di lavoro, allora anche altri aspetti della quotidianità ne risentiranno positivamente.

Quindi, la mancata introduzione di programmi di coaching potrebbe avere costi economici significativi per le aziende.

Il coaching come questione generazionale e genere

“Unleashing worklife possibilities: the worklife coaching report 2022” ha dimostrato anche come il coaching sia percepito in modo differente tra le varie generazioni. Infatti, le generazioni più giovani, Millennial (1981 – 1996) e Generazione Z (1997 – 2012), hanno dimostrato un notevole interesse ed entusiasmo davanti alla possibilità di poter partecipare a sessione di business coaching. Mentre, l’entusiasmo scema quando le persone intervistate appartengono alla Generazione X (1965 – 1979) e Boomers (1964 – 1946). 

Questo dato può essere interpretato prendendo in considerazione le speranze che una persona può avere verso la propria carriera. Le generazioni più giovani, ancora desiderose di uno sviluppo professionale e più disposte a mettersi in gioco, vedono il coaching come strumento di crescita. Mentre, coloro che hanno una maggiore esperienza provano una certa disillusione nei confronti della loro carriera, non pensando che siano soft skill il volano per avanzamenti e sviluppi professionali.

Un altro dato che è emerso è la differente percezione che donne e uomini hanno nei confronti del business coaching. il 64% degli uomini intervistati sono più propensi a continuare i percorsi di coaching, mentre solo il 44% delle donne sono disposte a continuare le sessioni.

Una professione che non è per tutti

I numeri parlano chiaro, sono molte le opportunità e le aspettative verso il business coaching per chi già ha intrapreso questa carriera. Ma, nonostante ciò, quella del coaching non è una professione per tutti.

Come in tutte le cose, soprattutto se si tratta di mestieri che si basano con un continuo contatto con le persone, occorre quel quid in più, quella particolare indole o inclinazione che non tutti hanno e che permette di cogliere apertamente l’altro, arrivando anche nel suo profondo, indagando sinceramente il suo animo.

Infatti, un primo motivo per intraprendere questo percorso è un forte sentimento verso il prossimo, d’altronde il lavoro del coach è di relazione e dialogo.

L’uomo è un animale sociale, diceva Aristotele. Siamo per natura portati a vivere in mezzo agli altri, a intrecciare relazioni di vario tipo, creando dialoghi più o meno complessi. Per questo, uno dei desideri più comuni tra le persone è quello di aiutare gli altri. Tuttavia, “la sindrome della crocerossina”, come a volte viene definita, non appartiene a tutti: alcuni di noi preferiscono essere ascoltati che ascoltare e far emergere le proprie qualità.

Il ruolo del business coach è quello di creare un ambiente protetto e sereno in cui il coachee possa sviluppare competenze e comportamenti che gli permettano di vivere positivamente la quotidianità lavorativa per poi sviluppare la propria carriera.

Se da una parte vi è il desiderio di aiutare gli altri, dall’altra, spesso, esiste la volontà di mettersi in gioco e di cambiare le proprie abitudini. Infatti, molti coach decidono di intraprendere il loro nuovo percorso lavorativo perché ormai non più pienamente soddisfatti della loro carriera in grandi organizzazioni ma, tuttavia, hanno sviluppato un’ottima conoscenza delle dinamiche e del mondo aziendale. Il coach in questo modo può sfruttare le proprie conoscenze a favore del coachee: per aiutare qualcuno bisogna, per prima cosa, conoscere l’ambiente in cui agisce, anche solo in generale.

Inoltre, essere coach è un percorso di crescita personale, e non solo professionale, che continua anche una volta concluso il corso e per tutta la durata della professione. Non si può essere coach, se prima non si è stati coachee. Come occorre una buona conoscenza dell’ambito professionale, occorre avere anche una buona conoscenza delle emozioni e del sé, conoscenza che però sarà raggiungibile solamente tramite un continuo e approfondito lavoro su se stessi.

Per questo motivo essere coach è un vero e proprio stile di vita e non una semplice professione. Il continuo dialogo con gli altri, il confronto di esperienze ed emozioni sono l’occasione per un arricchimento personale: non solo il coach può essere d’ausilio al coachee ma anche il contrario, se si è disposti a porsi in uno stato di apertura ed ascolto.

Il coaching è un acceleratore per lo sviluppo della carriera, ma anche importante strumento per l’inclusione, coinvolgimento e crescita dei talenti, d’altronde l’International Coaching Federation ha dichiarato che tra le aziende classificate come “altamente performanti” il 54% possiede una forte cultura del coaching.

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