Il ruolo come percorso – Intervista a Gennaro Iaccarino

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Gennaro Iaccarino è un attore di teatro, cinema e televisione. Ha preso parte a progetti mainstream come “Gomorra”, “Baciato dal sole”, “Sense 8”. A partire dal 2015 collabora spesso con noi, partecipando a progetti per stimolare lo sviluppo delle persone attraverso la recitazione.

Dal tuo punto di vista di attore, che cosa significa per te il “ruolo”?

Il ruolo, o forse meglio il personaggio, è un percorso, piccolo o grande che sia. É la somma di un’esigenza che proviene dall’autore, insieme alle riflessioni del regista e dell’autore stesso.
Nella messa in scena collaborano tutte le maestranze. Il ruolo è un momento di incontro in cui tutti sono coinvolti, dal direttore della fotografia fino all’attrezzista e al truccatore.
In generale, la parola “ruolo” non mi piace. Soprattutto nella vita di tutti i giorni. Avere un ruolo statico costruisce delle aspettative interne ed esterne che creano frustrazione. Siamo sempre in continua evoluzione, la realtà ci cambia e la cosa più giusta (e complessa) da fare è starle dietro. A questo punto sembra che il personaggio più semplice da proporre sia paradossalmente quello richiesto in scena a noi attori. Lo tieni lì. Lo costruisci. Lo cambi. Lo distruggi. Puoi farlo, ma nella vita di tutti i giorni proprio no.

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Quando devi interpretare un ruolo, come ti “prepari”?

Esistono diverse vie per prepararsi a un personaggio. Nel mio caso parto dalla scrittura. Mi affido al copione, alla scelta di alcune parole e al significato che l’autore ha voluto esprimere. In prima battuta intuisco quasi immediatamente se ci sono delle corde che ho già esplorato. Quando non è così, comincio a ricercarle negli altri. Mi intrufolo nella mia memoria e cerco di raggiungere qualcosa che le si avvicini il più possibile. La ricerca di ogni attore consiste nell’esprimere la verità e infine sentire l’autenticità della propria voce nel pronunciare certe battute.

C’è un ruolo al quale sei particolarmente legato?

Diversi. Randaccio è stato il mio primo ruolo in tv. Rappresenta la generosità, la bontà, la pazienza di un ragazzo che cerca di farsi strada nel giornalismo senza compromessi e senza assecondare la durezza degli ambienti di lavoro. É la prova vivente che se uno vuole può non indurirsi col passare degli anni. A gran fatica, e spesso pagando il prezzo con la solitudine, ma la conquista è squisita.

C’è stato un ruolo in cui hai avuto particolare difficoltà?

Difficoltà non direi, arriva un po’ di inquietudine quando capisci che conosci molto bene le corde ombrose di un personaggio e riproporle è quasi masochistico. Pensiamo ad un lutto, a una storia finita male o a una sofferenza intima. Qualche anno fa ho lavorato a un’opera show al teatro Carignano di Torino che metteva insieme lirica, prosa e balletto. Il protagonista stava vivendo, strane coincidenze, una storia molto simile alla mia: le similitudini erano numerose. Con questo non voglio dire che sia stato un sacrificio. Quando so che la resa è migliore se scavo dentro di me, e scavare bene non implica saper rendere bene il personaggio, il masochismo dell’attore è prepotente e io lo accetto senza pensarci. Fa un certo effetto, e a volte può essere anche terapeutico. 

Nella vita d’ufficio, secondo te, interpretiamo dei ruoli? Da che punto di vista?

Dipende. Conosciamo lo stess da ufficio e le conseguenze che ne derivano. Non voglio generalizzare, ci sono aziende di ogni tipo, ma non sono diplomatico quindi ti dico di sì. Conosco persone che soffrono questo tipo di vita. Mi viene in mente quel momento in cui uno/a torna a casa dopo una giornata di lavoro e si toglie le scarpe. Non è solo stanchezza fisica, sembra un supereroe che insieme alle scarpe toglie la maschera e il mantello: devi essere sempre performante, la fragilità non è contemplata. C’è questo terrore della vulnerabilità che io ho sempre combattuto. Abbiamo paura? Ma di cosa? Davvero pensiamo che quando il presidente fa il suo speech non abbia altro in mente? Attenzione, qui si apre un discorso enorme. Non parlo di dover subordinare la resa sul lavoro alla vita privata, ma neanche l’opposto, anche perchè a lungo andare le conseguenze sono le stesse se non peggiori. Gli esseri umani rendono di più quando si riconoscono e vengono riconosciuti. Con un po’ di impegno e con intelligenza si può trovare il giusto compromesso.

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C’è stato un ruolo che è stato un’ispirazione a spingerti alla recitazione?

Da piccolo guardavo “Nuovo cinema paradiso” di Giuseppe Tornatore e sognavo con tutte le mie forze di poter essere il piccolo Salvatore interpretato da Salvatore Cascio. Quella sensazione è ancora viva.

Gennaro Iaccarino è un attore di teatro, cinema e televisione ed è docente presso il Teatro Golden di Roma. Clicca qui per scoprire le sue maggiori interpretazioni.

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