Come il ruolo diventa il luogo dello sguardo – Intervista a Rosy Bonfiglio

il ruolo come luogo dello sguardo
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Rosy Bonfiglio è attrice, autrice e cantante siciliana, dopo l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica a Roma viene diretta da importanti registi del teatro italiano e ha prodotto spettacoli di cui è anche autrice. Oggi si divide tra il teatro, la musica, l’attività di Acting e Business Coaching.

Dal tuo punto di vista di attrice, che cosa significa per te “il ruolo”?

La cosa che mi viene subito in mente sentendo questa domanda è che in realtà, proprio in quel “dal tuo punto di vista di attrice”, ci sia una prima indicazione in merito: il ruolo dell’attrice. Il mio percorso artistico e professionale ruota molto attorno a questa parola, a ciò che in me ha suscitato nel passato e nel presente. Prima ancora di parlare di “personaggi”, che è la prima cosa a cui si pensa quando si associa la parola “ruolo” al contesto della recitazione, penso che il passaggio più delicato e continuamente scomodo sia proprio quello di come interpretare la definizione di “attrice”.

Parlo della mia personalissima esperienza, ripeto: per alcuni è un concetto abbastanza scontato. Io ho bisogno di interrogarmi quotidianamente su cosa significhi per me, così da modulare le mie scelte professionali e artistiche alla luce del cambiamento che di volta in volta la mia stessa risposta suggerisce. Se dovessi darti in generale una definizione, ti direi che il ruolo entra in campo nel momento in cui ci sia qualcuno che agisce e qualcuno che lo “guarda”. Per l’attore il ruolo è il copione – anche etimologicamente parlando –, quindi un testo, una definizione scritta, qualcosa “fuori da te” da studiare, provare, ripassare. Ma in tutto il processo di studio della parte, tu ti stai semplicemente “preparando”: non sei quel ruolo fino a che non saranno gli altri a “oggettivarti” come tale nel momento in cui ti guarderanno. D’altra parte la parola “teatro” deriva dal greco θεαομαι (theàomai), che in greco antico significa vedere, è proprio il “luogo dello sguardo”. 

E dal punto di vista di Coach? La definizione cambia o rimane la stessa?

Alla luce di quanto detto, direi che non cambi molto, anzi: credo proprio che sia un concetto comune a ogni contesto. Se non ci fosse un Coachee, il Coach non esisterebbe e viceversa. Sono ruoli che si definiscono reciprocamente. In questo frangente, ciò che trovo molto prezioso nel nostro compito di facilitatori, è il far sì che le persone quantomeno prendano atto, attraverso l’osservazione e la riflessione, del fatto che il ruolo esista. Tanti ruoli, anzi, e vedendoli si rendano conto del fatto che non coincidono con il nostro Essere, pur nella loro versione più somigliante all’idea che abbiamo di noi stessi. Il ruolo ha a che fare con la dimensione sociale, è un discorso molto più profondo e radicato nella storia dell’essere umano, c’entra con le istanze personali, nasce quando dopo l’Io esiste un Tu. Dal momento in cui ho un figlio, per lui divento madre. D’altronde, quello di genitori e figli è il primo grande ruolo con il quale ci confrontiamo.

Quando devi interpretare un ruolo, come ti “prepari”?

Parto assolutamente da uno studio matto e disperatissimo del testo! Ho avuto la fortuna e l’onore di studiare e lavorare con grandi Maestri del Teatro, che si sono distinti proprio per questa particolare attenzione alla “lettura”, intesa come esegesi profonda di quanto l’autore abbia scritto. Luca Ronconi su tutti, come rivoluzionario del teatro del Novecento, è stato un faro illuminante in questo senso. Saper leggere un testo – teatrale e non – non significa capire il significato che abbiano le parole dei personaggi, ma recuperare e far affiorare alla nostra coscienza tutto ciò che non è scritto. Gli spazi bianchi, le pause, la punteggiatura: tutto quello che non si dice, è quanto di più importante ci sia per un attore per comprendere a fondo il personaggio che dovrà interpretare. Le parole sono solo la punta dell’iceberg. Come nel Coaching, del resto!

Presto particolare attenzione alle battute dei personaggi che interagiscono con il mio; da quello che fanno gli altri, da come ti parlano, da quanto parlano, ricavo delle informazioni preziosissime. E poi c’è il corpo. In questo senso il mio modo di prepararmi cambia in base al tipo di spettacolo e al personaggio. Quando lavoravo su Coefore-Eumenidi al Teatro greco di Siracusa mi allenavo tantissimo, ogni giorno, come per una gara atletica: era uno spettacolo molto fisico e faticoso, che ha richiesto un livello di preparazione estremamente sfidante. Diverso ad esempio per la Madre dei Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello con Gabriele Lavia: in quel caso seguivo quotidianamente un mio personale allenamento che mi aiutasse a… stare ferma! Il personaggio si muoveva poco e molto lentamente, a volte assumeva delle posture statuarie da dover mantenere per parecchio tempo e questo richiedeva un investimento muscolare differente. Dovevo piangere molto ed era fisicamente molto stancante, soprattutto se replicato ogni sera per parecchi mesi, e al tempo stesso cantare di volta in volta una nenia, per cui anche vocalmente era necessario un riscaldamento specifico prima delle prove e delle recite. Perciò a parte il discorso relativo al testo, se dovessi raccontarti ogni spettacolo, ti descriverei di certo una preparazione sempre differente.

C’è un ruolo al quale sei particolarmente legata?

Decisamente sì. Dopo i primi anni da scritturata, nel 2016 ho messo in scena il mio primo lavoro come autrice e regista, Capinera, mio adattamento del romanzo di Verga, da cui ho tratto un monologo dal taglio contemporaneo e che ha vinto premi e riconoscimenti in giro per l’Italia e inaugurato una nuova fase del mio percorso. Interpretare Maria è stato un incontro che oserei definire miracoloso, per la portata che ha avuto nella mia “veste” sia di donna sia di interprete. È stata una folgorazione. Dalla prima lettura mi fu chiaro immediatamente che quella storia mi riguardasse, e non nel senso che “il personaggio mi somigliasse” o parlasse in qualche modo di me. Non si tratta di questo. Ha toccato le corde di una mia urgenza profonda e ancora in parte celata persino a me stessa, ma che ero certa riguardasse in qualche modo tutti quanti. La tematica religiosa del romanzo c’entra poco o niente nella mia riscrittura della vicenda. Capinera è diventato una sorta di “confessionale universale” sul risveglio della coscienza, e tra l’altro ha molto a che fare con il ruolo: cosa succede quando scopriamo che quello che interpretiamo da tanto tempo, a volte da una vita intera, non è ciò che profondamente vogliamo o – peggio ancora – in cui crediamo? Parla del cambiamento. Del dolore e del coraggio che questa realizzazione porta. Ho fatto moltissime repliche in questi tre anni, nei contesti più disparati – teatri, chiese, scuole, siti archeologici…- e per un pubblico di ogni genere ed età. Gli effetti di questo spettacolo sulla gente e su me stessa sono sorprendenti e sconvolgenti ogni volta. Credo che abbia dentro una magia molto speciale.

C’è stato un ruolo particolarmente difficile da interpretare?

Sicuramente La Madre in Sei personaggi in cerca d’autore, di cui parlavo prima. Avevo 23 anni e una responsabilità notevole: essere co-protagonista a fianco di Gabriele era un onore immenso e al tempo stesso fonte di grande ansia. Il personaggio era davvero complesso, e paradossalmente l’età era l’ultimo dei problemi, anzi, credo proprio che non lo sia mai stato. 

Quel testo è espressione di un mondo contorto, grottesco e a tratti inquietante. Ci sono dentro la morte, la perversione, la finzione, la realtà e molto altro ancora. Il personaggio della Madre era immerso in una coltre emotiva e psicologica densissima, che mi ha provocato non poche difficoltà anche nella vita privata. Credo sia stata la prima e l’unica volta in cui mi sia accaduto di confondere i due piani, e anche dopo, “liberarsene” del tutto non è stato così semplice. L’allestimento delle scene di per sé era pure molto faticoso. Gabriele è una persona e un regista a cui sono molto legata, è stato in un certo senso il mio padre artistico: il rigore e la passione sconfinata che ha per questo mestiere, passavano spesso per approcci molto duri e questo, unito alla pressione e ai ritmi del lavoro, risultava a tratti psicologicamente destabilizzante. Quell’esperienza mi ha temprata molto. E quello “strazio” della Madre che ho incarnato ogni sera per così tanti giorni, è rimasto dentro di me come una traccia certamente indelebile. 

C’è stato un ruolo che è stato un’ispirazione per spingerti alla tua passione per la recitazione? 

Quando ho deciso che avrei dedicato la mia vita al Teatro avevo appena 14 anni e in un teatro non avevo mai messo piede. Avvenne nella palestra del mio liceo, con la professoressa che organizzava teatro a scuola e il suo assistente. Praticamente mi costrinsero a fare una prova, mi misero in mano un foglio e mi dissero di leggere.

Lo ricordo come se fosse ieri. Mi sono innamorata all’istante e perdutamente di quello che fare teatro implicasse: essere un canale tra qualcos’altro e le persone. Fui attraversata da un brivido che è lo stesso che non ho mai smesso di sentire e che sento ancora oggi, ogni volta che mi faccio voce e corpo di una storia, di una vita che qualcuno ha inventato o messo per iscritto affinché avvenisse questo sacro e misterioso “passaggio di testimone”. Qualcuno ha scritto che “Amore è ciò che si può ancora tradire”. A me il Teatro ha insegnato la fedeltà. E la fiducia. È stato lui a trovarmi senza che io ancora sapessi di appartenergli. Mi sono fatta trovare pronta, mi sono fidata all’istante di quella sensazione senza fare troppe domande: le risposte sarebbero arrivate. Ad oggi molte cose sono cambiate e tante sono rimaste immutate. Una fra queste la mia convinzione profonda che i modelli a cui ispirarci siano certo fondamentali, ma quando riusciamo a contattare e a seguire il “maestro” dentro di noi, è davvero straordinario.

 

Rosy Bonfiglio è attrice, autrice e cantante siciliana che si divide tra il teatro, la musica, l’attività di Acting e Business Coaching. Seguila sul suo canale Youtube e leggi l’intervista a Gennaro Iaccarino sul ruolo come percorso sul blog di SCOA – The School of Coaching.

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